Sono passati dieci anni dal debutto del seguito più controverso nella storia di Sfera del Dragoe il dibattito non accenna a placarsi. Dopo la conclusione epocale di Dragon Ball Zmolti ritenevano che il viaggio di Goku fosse ormai giunto al termine. Ma con l’arrivo di una nuova serie ufficiale, la saga ha riaperto le porte a un universo già ricco di trasformazioni, battaglie e divinità cosmiche — con risultati tutt’altro che unanimi.
La nuova serie si è impostata come erede diretta di Dragon Ball Zma il suo posizionamento temporale ha da subito generato confusione. Ambientata dopo la sconfitta di Majin Bu ma prima dell’epilogo di Zla storia vive in una sorta di limbo narrativo. In teoria, tutto ciò che accade dovrebbe inserirsi in quel salto temporale di dieci anni che porta al Torneo Mondiale finale — ma la quantità di eventi, personaggi e trasformazioni introdotte in questa finestra rende l’incastro quasi impossibile.
Dai poteri divini di Beerus e Whis a forme come Ultra Istinto e Bestia di Gohanla cronologia ufficiale non regge più, e molti fan ritengono che questo “timore di andare oltre” abbia bloccato il naturale sviluppo della saga. Invece di guardare avanti, la serie sembra restare prigioniera di un passato glorioso, come se temesse di toccare il terreno instabile lasciato da Dragonball GT.
Il problema, tuttavia, non è solo temporale. Molti critici sottolineano come la nuova incarnazione di Sfera del Drago si affidi eccessivamente alla nostalgia. Ogni volta che la trama sembra esaurirsi, tornano in scena vecchi nemici: Freezer, l’Esercito del Fiocco Rosso, gli Androidi, e persino una nuova versione di Cell. L’effetto è familiare ma prevedibile, e la sensazione è che il passato venga sfruttato come scorciatoia emotiva, non come base per evolversi davvero.
Anche le nuove trasformazioni seguono lo stesso schema: arrivi spettacolari, ma senza la costruzione narrativa e la tensione emotiva che rendono loro momenti leggendari come il primo Super Saiyan. Tutto appare più veloce, più grande, ma anche più vuoto.
Uno degli aspetti più critici riguarda la gestione dei protagonisti. Goku e Vegeta dominano la scena in modo quasi assoluto, relegando gli altri personaggi a ruoli marginali. Figure amatissime come Gohan, Piccolo o Buu faticano a trovare spazio, e persino Trunks e Pan vengono ridotti a confronto.
L’idea coraggiosa di Dragon Ball Z — quella di preparare una nuova generazione di eroi — è stata sostituita da un ritorno costante allo status quo. Il messaggio originale, secondo cui la forza nasce dal gruppo e dal passaggio di testimone, è stato sacrificato a favore di una continua escalation tra due soli guerrieri.
Perfino i momenti in cui la serie cerca di riequilibrare i ruoli sembrano forzati: quando Goku e Vegeta vengono temporaneamente messi da parte, è solo per permettere a tutti gli altri di brillare brevemente, prima che il duo torni a dominare la scena.
Paradossalmente, il seguito più critico del franchise, Dragonball GTsembra oggi più coerente e coraggioso. Pur con tutti i suoi difetti, GT osava cambiando: introduceva nuovi concetti, chiudeva il cerchio narrativo di Goku e offriva una conclusione dal sapore malinconico ma definitivo.
Al contrario, la nuova serie appare come un racconto senza fine e senza direzioneche preferisce ripetere anziché evolvere. E se da un lato l’entusiasmo per i nuovi episodi continua a essere enorme, dall’altro cresce la sensazione che la saga sta perdendo ciò che l’ha resa grande: la capacità di reinventarsi.
Dieci anni dopo, il seguito che doveva rilanciare Sfera del Drago ha invece diviso la sua comunità come mai prima d’ora. E forse, proprio in questo equilibrio instabile tra nostalgia e innovazione mancata, risiede il suo più grande limite — ma anche la sua eredità più umana.
Fonte: CBR
© RIPRODUZIONE RISERVATA
