è un’opera che parte dal mondo dello sport e prova a dimostrare qualcosa sulla vita vissuta. IO. In Italia, poi, sono sempre piaciute le storie che partono da imprese (giovanili o meno) per poi arrivare a dimostrare quanto dietro ogni traguardo si celi una lezione di vita. Pensiamo a opere come
Il lungometraggio è andato talmente bene che ne è scaturita una vera e propria trilogia. IO. Soprattutto quando e se si parla di traguardi da raggiungere. In tal senso troviamo anche .
. Questi film sono tutti molto stimolanti, per chi li mette insieme, ma diventano anche un rischio non indifferente.

Mat Whitecross
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. La morbidezza delle carezze contro la crudezza della passione motoristica. Forza e delicatezza insieme, fino all’ultima curva, per l’appunto. In questa escalation di sguardi, impegno e testosterone c’è persino spazio per il tormentone spagnoleggiante che diventa colonna sonora capace di entrare in testa e non uscire più. . Operazione riuscita in questo senso, ma l’opera è intrisa di retorica e stereotipi superabili nel 2026.
Claudio Santamaria. Vero e proprio ago della bilancia sia in termini interpretativi che in termini di struttura del personaggio. Appare completo, centrato e presente. Se non ci fosse lui, il cast sarebbe da ritenere altamente insufficiente. . È chiaro che spicca come figura paterna per quello che va a interpretare, ma nella complessità di ogni scena riesce sempre a mettere quel tocco in più di autenticità. .
. Questo, però, regista e attori volevano comunicare. Ecco perché, forse, di un’opera così non c’era proprio bisogno.
