Mentre una strana nebbia avvolge una metropoli futuristica e libera una presenza sfuggente e letale, una giovane donna tormentata, Elle (Sophie Thatcher) si mette alla ricerca di suo padre. Il suo destino si intreccia così con quello di un soldato americano impegnato in un disperato viaggio per salvare sua figlia dall’inferno, mentre incombe la minaccia di Leather Man, killer di giovani ragazze.
A anni di distanza dal suo ultimo dieci lungometraggio per il cinema, Il demone al neonil regista danese Nicolas Winding Rif pare rimasto ancorato alle medesime ossessioni di sempre, come imprigionato in un eterno remake dello stesso film: la bellezza femminile come culto patinato e feticistico (“La bellezza non è tutto, è l’unica cosa”, si diceva nel film del 2016), il patriarcato come demone da esorcizzare attraverso un continuo appuntamento con donne eteree e di luccicante avvenenza immerse in ambienti altrettanto levigati e dorati, l’esaltazione assoluta della forma come probabile, unico viatico per fare i conti con un evidente baratro creativo e d’ispirazione, o forse semplicemente per coccolarlo e sguazzarvi col massimo della soddisfazione e del compiacimento sornione.
Da tempo Refn è diventato un marchio, o per meglio dire il brand di se stesso, come testimonia l’accento posto a più riprese sulla griffe “da NWR” e sul suo lavoro per spot di grandi case di moda. Le due serie tv che ha realizzato nel frattempo, Troppo vecchi per morire giovani e Cowboy di Copenaghenusavano in maniera mirata il formato seriale per coltivare questa totale scarnificazione stilistica spinta alle soglie dell’installazione video-artistica, mentre Il suo inferno privato, ospitato non a caso Fuori Concorso al 79esimo Festival di Cannesche nel 2011 lo aveva incoronato miglior regista per Guidaresi propone oggi come la resa infantile e sfacciata di un vuoto pneumatico di difficile risoluzione (il progetto è peraltro nato in seguito a un’esperienza di premorte che Refn stesso dice di aver vissuto).
Le citazioni (a Blade Runnercon un personaggio di nome Kal Mario Bava di Terrore nello spazioalle note depalmiane contenute nella comunque notevole colonna sonora di Pino Donaggio) sono talmente smaccate al punto da voler quasi stipulare spudoratamente un patto di fiducia al ribasso con lo spettatore, mediante un immaginario che trasforma anche la cinefilia più onnivora in una pulsione masturbatoria e necrofila, con esiti rigorosamente glitterati e virati e al neon. I dialoghi sono ridotti all’osso, in apertura si ironizza sulla Piccola fiammiferaria del favolista danese Hans Christian Andersen con una labile suggestione che richiama il suo celebre connazionale (le donne di Refn sono fate e al contempo streghe, a tratti demoniache ma anche divinità soprannaturali) e tutto è avvolto in una “nebbia” esplicitamente evocata che somiglia alla stessa opaca coltre di sterilità in cui Refn dà l’idea di essere ormai irrimediabilmente sprofondato.
Della forza ancestrale dei suoi primi film, che l’avevano imposto come un nuovo autore-bussola del cinema contemporaneo, sembrano sopravvivere soltanto il maledettismo di fondo ei totem irrinunciabili (a cominciare dalla fissazioni per le mani e per la potenziale castrazione del maschio, non più capaci di stabilire un contatto tattile con la propria virilità e con le estensioni falliche in grado di esercitarla), ma qualunque sostanza è stata soppiantata da una devozione formale intenta a costruire un altare a se stesso e al proprio bagaglio immaginifico.
Va riconosciuta a Refn la capacità di intavolare un corpo a corpo coi propri demoni che ha il sapore del ridicolo spesso volontariocome se ci trovassimo al cospetto di un cineasta dannatamente consapevole di ciò che continua a soggiogarlo e allo stesso tempo ostinato, come da lui stesso dichiarato in passato, a distruggere sistematicamente il successo pop su larga scala che gli era piombato addosso, quasi suo malgrado, con Guidare. Da questo punto di vista Il suo inferno privatoambientato in una simile Tokyo ancora più astratta e impalpabile della Bangkok di Solo Dio Perdonapare quasi prendere atto della vanità della pratica artistica nell’orizzonte esclusivamente merceologico del presente e liberare svergognatamente tutto ciò che da molto tempo a questa parte ne abita l’estasi creativa, sancendo così la vaporizzazione forse definitiva di Refn stesso e lasciando intravedere in filigrana un vuoto di senso in qualche modo ben più grande dei confini stessi del grande schermo.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
