Gli occhi degli altri, di Andrea De Sica, parte dalla storia vera del delitto Casati Stampa per arrivare a raccontare il lato oscuro di un’Italia lontana ma affatto remota tra rimorsi e scheletri nell’armadio.
25 marzo 2026 22:33
Andrea De Sica continua la propria battaglia personale per affermare una nuova forma cinematografica. Quella che coincide con la sostanza: ogni lavoro corrisponde alla costante ricerca di un linguaggio estremo, condiviso e profondo che lascia un messaggio sociale importante rintracciabile anche nei dettagli più scontati. Anche se, poi, di scontato – nel suo cinema – non c’è davvero nulla. Tutto è un rimando, un collegamento, una relazione.
Riferimenti che troviamo nell’evoluzione della trama, ma anche nelle scelte etiche ed estetiche che accompagnano ogni frame. Gli occhi degli altri è una sorta di esame di maturità per il registama prima ci sono stati lavori che hanno dimostrato quanto il suo approccio analitico – che valuta immagini in base alla forza delle emozioni da restituire – fosse valido già nel recente passato in contesti diversi ma ugualmente dirompenti.
Gli occhi degli altri e la maturità artistica di Andrea De Sica
Pensiamo a I figli della notte (2017)oppure Non mi uccidere e ultima ma non per importanza la serie Baby. De Sica è partito da fatti precisi anche riguardanti la fredda cronaca e li ha sviscerati come se dovesse vivisezionare una vicenda per comprenderne l’essenza e soprattutto la collocazione esatta nella storia globale del proprio tempo. Ogni situazione ha una dimensione cronologica precisa le cui influenze sul piano sociale si fanno sentire.

A maggior ragione Gli occhi degli altri è uno spaccato di vita vissuta che riguarda i protagonisti, ma soprattutto l’Italia in cui sono inseriti. Andrea De Sica parte da quello che è il delitto Casati Stampama con la collaborazione di Gianni Romoli e Silvana Tamma alla scrittura, scompone una nota vicenda di cronaca per riportare all’attenzione della platea cinematografica un discorso più ampio che usa la narrazione e il montaggio serrato per riflettere – tramite il senso del gusto e la ricerca costante della raffinatezza – sul concetto di prevaricazione.
Filippo Timi e Jasmine Trinca in un thriller morboso e moderno
Un istinto drammatico che parte dall’erotismo per sfociare nel thriller più morboso e moderno al fine di sottolineare quanto le illusioni del nostro tempo siano effimere e figlie di una costante apparenza. Iniziata a veicolare dagli ’60 quando si auspicava nel Paese una possibile rinascita, spinta anche e in particolar modo sul piano economico, mentre si faceva largo la figura dell’arrampicatore sociale nelle venature di un’alta borghesia sempre più schiava del compiacimento e della superbia che ha portato – lentamente e inesorabilmente – a un inasprimento della morale collettiva mascherata da culto dell’estetismo.

Il mare di Ponza è denominatore comune che rende tutta l’opera idealmente sospesa come le vite dei protagonisti: Filippo Timi, nei panni di Lelio, e Jasmine Trinca che interpreta Elena. Donna bella e spregiudicata che frequenta un certo tipo di società, quella intrisa di nobili e personalità importanti. Come, appunto, il Marchese interpretato da Timi. Due si conoscono a una delle feste dati dal nobile nella sua abitazione. Entrambi si piacciono, si sposano e cercano di godersi la vita. Il concetto di intrattenimento e goliardia, però, coincide con quello della morbosità.
Voyeurismo e possesso nel delitto Casati Stampa
Una voglia costante di arrivare in mostra ea rischio, il potere concede qualunque cosa. Almeno questa è soltanto l’illusione di chi si crede (senza esserlo) onnipotente. Lelio spinge Elena sempre più nel baratro: la costringe ad avere rapporti con altri uomini per sviluppare una sorta di voyeurismo che combatte con la volontà di possederedominio e coercizione. Dapprima celata, poi sempre più evidente e manifesta nei comportamenti di ogni giorno. La complicità diventa una prigione: quel rapporto così autentico si trasforma in perversione pericolosa e coercizione che termina nel peggiore dei modi.
La cronaca è ben nota, ma Andrea De Sica non si accontenta di riportare i fatti: vuole mostrare, non dimostrare, citando Fellini. La sua opera mostra, infatti, tutta una serie di aspetti che non troviamo nei faldoni giudiziari. C’è il ritratto di un’Italia complice, figlia di una società malata sempre più imponente, convinta di poter comprare qualunque cosa (persino la dignità) con il denaro e le capacità ammalianti derivanti da una strategia opprimente mai doma e costantemente a disposizione di chi non è disposto a rinunciare a nulla pur di primeggiare. In qualunque campo ea qualsiasi costo.
Citazioni e riferimenti in una storia nota e poco approfondita
Un delirio di onnipotenza realizzato con precisione chirurgica: opera ricca, a tal proposito, di citazioni. Si passa da L’uomo con la macchina da presa a Robert Blake in Strade Perdute. Affresco inquietante e vulnerabile che parte dagli standard di un genere cinematografico per osare ulteriormente non appena comprende che la fragilità di un’anima può andare di pari passo con la tensione che crea. L’impotenza – prestata al thriller – diventa spunto narrativo ed espediente accattivante per agevolare l’anima nera di ciascun carattere presente in una storia molto nota ma poco conosciuta in profondità. De Sica scava con maestria in quegli anfratti di ignoto facendo emergere le scelleratezze più sottese con la grazia e l’immanenza di un veterano.
Parole e silenzi si alternano gesti e dettagli. Persino l’intimità, ne Gli occhi degli altriattraversa varie fasi. Si comincia da un punto in cui i rapporti intimi sono condivisione e reciproca perversione, per poi passare a un semplice e banale sfoggio, fino a giungere a mera situazione performante e performante. Quasi come se fosse, o effettivamente in determinati contesti è, un’affermazione ulteriore del potere. Quella forza coercitiva da cui non si scappa, per necessità anziché virtù.
L’ombra di Tinto Brass e Hitchcock
L’erotismo, anche nella sua versione più oscura, è una questione di mente e atteggiamento. Per questo De Sica in una prima fase si rifà al tono di Tinto Brass. Non a caso la fotografia di Gogò Bianchi omaggia Salon Kitty. Successivamente, nei momenti più significativi quando si passa dall’eccesso carnale al dramma, i rimandi sono al cinema di Hitchcock soprattutto nella gestione degli espedienti tensivi. Un ritmo basato sul climax ascendente di sensazioni che arrivano agli estremi per poi deflagrare in un mix tra terrore e pathos.
Gli occhi degli altri mescola classicità e avanguardia con la naturalezza di chi usa il cinema come opportunità per arrivare al cuore dello spettatore e destrutturare ogni certezza; regalare sorprese e colpi di scena in grado di sovvertire ogni suggerimento e garantire addirittura spunti di riflessione. Fino a determinare un profondo (e scomodo) esame di coscienza che sfocia nel delicato concetto di complicità e connivenza. Qual è il confine tra ignavia, perversione e coinvolgimento? Provare a rispondere a una tale domanda significa determinare il confine tra bene e male. Una dimensione sempre più labile che non prevede assoluzione, solo rimorsi e qualche rimpianto che fa i conti con il peso della storia e il fardello dei ricordi che non può essere occultato dopo i titoli di coda.
