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La nostra intervista all’attrice Anna Bellato, dal 26 marzo al cinema con Il Dio dell’amore

Anna Bellato è una presenza sempre più riconoscibile nel panorama del cinema italiano contemporaneo, capace di attraversare con naturalezza registri e linguaggi molto diversi. Dal cinema d’autore alle commedie popolari, passando per il teatro e la serialità televisiva, il suo percorso è segnato da una continua ricerca e da una curiosità che la porta a mettersi costantemente in gioco. Dopo aver lavorato con autori come Nanni Moretti, Gipi, Andrea Segre e Francesco Lagil’attrice torna proprio a collaborare con quest’ultimo in Il Dio dell’amorein uscita il 26 marzo, un film che riflette sui legami e sulle connessioni umane attraverso uno sguardo sospeso tra realtà e poesia.

La pellicola, scritta dallo stesso Lagi insieme a Enrico Audenino, si costruisce come un racconto corale in cui diverse storie si intrecciano seguendo traiettorie sentimentali imprevedibili. Al centro, un’idea di amore fluida e sfuggente, quasi una forza che attraversa i personaggi e li mette in relazione, come se ognuno fosse parte di un disegno più ampio. Un equilibrio delicato tra leggerezza e malinconia, tra ironia e riflessione, che restituisce sullo schermo una visione dell’amore tanto universale quanto profondamente umana.

In questa intervistaBellato ci ha raccontato il suo personaggio, il suo approccio al lavoro e il rapporto con un cinema che, ancora una volta, prova a interrogarsi sul mistero dell’amore.

Il 26 marzo esce Il Dio dell’amore. In questo film torni a lavorare con Francesco Lagi. Cosa puoi raccontarci del tuo personaggio e come si inserisce in questa storia?

Il mio personaggio Arianna è uno dei tasselli attraverso cui scorre questa cosa indecifrabile che è l’amore, che “passa di persona in persona” per citare l’Ovidio del film. Lei inoltre è una cardiochirurga e per lavoro far ripartire i cuori degli altri. Ecco, diciamo che prova a farlo anche con il suo.

Lagi ha una cifra stilistica molto particolare, spesso sospesa tra realtà e una sorta di realismo magico/poetico. Come ti sei trovata a dare corpo a questa visione?

Quando recitato in un film non so che cosa diventerà. Posso intuirlo, immaginarlo, ma in qualche modo è sempre un atto di fiducia verso il regista. Francesco ti fa stare sempre in una zona sottile non definita, e questo richiede come uno sforzo in più, per arrivare ad una (solo) apparente semplicità, ma che in realtà racchiude una sua complessità.

Sei capace di passare con estrema naturalezza dal cinema d’autore di Moretti alla commedia pura di Zalone. È una scelta consapevole per evitare le etichette o è semplicemente curiosità professionale?

Io sinceramente spero sempre di avere la possibilità di confrontarmi con generi diversi, personaggi diversi, fa parte del mio lavoro. Mi piace l’idea di provare a fare cose che non ho mai fatto e che rappresentano nuove sfide.

Ti spesso antidiva. Ti riconosci in questa etichetta o senti che la tua riservatezza sia semplicemente un modo per proteggere il tuo lavoro?

Oddio, per essere antidiva dovresti prima essere una diva. Non mi sembra proprio il mio caso.

Il ruolo che ancora sogni?

Non ho un desiderio particolare. Spero con il mio lavoro di andare sempre un po’ più lontano, di incontrare nuovi personaggi e nuove persone con cui lavorare e condividere pezzi di vita.

Perché andare al cinema il 26 marzo per vedere Il Dio dell’amore?

Perché è un film bellissimo, magico, è un film che riesce a divertirti e commuoverti, nel quale è facile ritrovarsi, in una delle storie, in un personaggio, in un amore. È un film che ti fa stare bene.

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