La Spezia – Mio nipote non è uno che se la va a cercare, se non gli dici niente lui non ti dice niente. È un bravo ragazzo, uno che lavora. Invece lui, quello lì, non è la prima volta che portava il coltello a scuola. Dovevano fermarlo prima. Ora la giustizia deve fare il suo corso, perché sennò ci saranno altri accoltellati».
Non vuole neanche dire al cronista il suo nome di battesimo, lo zio materno di Abanoub Youssef: «Tu inventa un nome e quello va bene». È anche lui davanti al padiglione cinque dell’ospedale Sant’Andrea, quando ancora c’è speranza che il 18enne “Abu”, come lo chiamava chi gli voleva bene, sopravviva.
E racconta con orgoglio il suo Abanoub, nato a Fayoum, in Egitto, il 29 ottobre 2007. Egiziano e italiano, perché è qui da quando è piccolo e ha ottenuto la doppia cittadinanza. Figlio di un operaio in un’impresa edile, quattro sorelle, una famiglia integrata e benvoluta.
Un diciottenne studente e lavoratore: «Dopo la scuola faceva il cameriere», continua lo zio, «se fossero tutti seri come lui queste cose non succederebbero. Non è stata mica una litigata, una scazzottata, quella ci poteva stare. Ma il coltello non lo doveva portare, e non era la prima volta. Il mio nipote stava cercando di scappare e lui l’ha inseguito». Insieme allo zio fuori dalla sala operatoria c’è il padre di Abanoub: il viso trasfigurato, resta in silenzio.
Ancora prima che arrivi la notizia della morte del 18enne, gli studenti decidenti di riunirsi in piazza Garibaldi. Quello che doveva essere un momento di speranza condivisa diventa un corteo funebre verso l’ospedale, per l’ultimo saluto a «un bravo ragazzo».
In quegli stessi momenti un altro diciottenne è in carcere. Pure Zouhair Atif è nato nel 2007, anche se vittima e assassino frequentavano classi diverse dell’istituto Einaudi-Chiodo.
Nato in Marocco, è in Italia con la famiglia con un permesso di soggiorno di lungo periodo. Anche lui oltre a frequentare la scuola, ha lavorato come cameriere, a Lerici. Se per lo zio della vittima «i suoi compagni dicono che Atif non sta bene con la testa», in corteo c’è anche chi difende l’assassino: «Non è vero che è uno che non c’è con la testa, e non è vero che rideva dopo aver accoltellato Abanoub».
