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Non ci siamo ancora ripresi dalla cancellazione di questa ambiziosa serie sci-fi di Prime Video

Negli ultimi anni le piattaforme streaming hanno dimostrato una crescente impazienza nei confronti delle serie più ambiziose, soprattutto quando si muovono nel territorio della fantascienza. In questo contesto, la cancellazione di La periferica Resta una delle ferite ancora aperte per molti spettatori. Non solo perché la serie aveva appena iniziato a mostrare il proprio potenziale, ma perché rappresentava uno di quei rari casi in cui grande budget, visione autoriale e materia narrativa complessa arrivavano a convivere.

Tratta dall’omonimo romanzo di William Gibsonla serie di Primo Video metteva in scena un universo stratificato, in cui realtà virtuale, viaggi temporali e conflitti sociali si intrecciavano senza mai ridursi al puro esercizio estetico. Al centro del racconto c’era Flynne Fisherinterpretata da Chloe Grace Moretzuna protagonista lontana dagli stereotipi del genere: concreta, vulnerabile, costretta a confrontarsi con una tecnologia che promette evasione ma nasconde conseguenze devastanti.

Uno degli aspetti più affascinanti di La periferica era proprio il modo in cui trattava il futuro non come un luogo di meraviglia, ma come uno spazio profondamente segnato da disuguaglianze, manipolazioni e giochi di potere. La Londra del 2099 non appare mai come un traguardo evolutivo, bensì come un mondo freddo e inquietante, specchio deformato delle contraddizioni del presente. Una scelta coerente con l’eredità di Gibson, ma anche con la sensibilità dei produttori Jonathan Nolan e Lisa Joygià noti per aver spinto Westworld oltre i confini della fantascienza televisiva tradizionale.

Eppure, proprio questa ambizione ha probabilmente giocato contro la serie. La periferica richiedeva attenzione, pazienza, una disponibilità a perdersi inizialmente per poi ritrovare il filo. Non era una visione “facile”, né pensata per essere consumata distrattamente. La prima stagione, composta da soli otto episodi, aveva soprattutto il compito di costruire il mondo, introdurre le sue regole e piantare semi narrativi destinati a germogliare più avanti. Fermarsi lì ha significato interrompere il racconto nel momento meno opportuno.

Il paradosso è che la serie era stata inizialmente rinnovata per una seconda stagione. La cancellazione è arrivata in seguito, anche a causa dei rallentamenti produttivi e dei costi elevati, trasformando quello che sembrava l’inizio di un percorso in un brusco punto finale. Il risultato è un cliffhanger che oggi appare quasi beffardo: non un finale aperto stimolante, ma la testimonianza di una storia lasciata a metà.

A rendere la perdita ancora più amara è il fatto che La periferica aveva tutto per crescere ancora. I personaggi secondari erano appena abbozzati ma promettenti, i conflitti etici legati al controllo del tempo e delle realtà alternative iniziavano solo a emergere, e la protagonista aveva davanti a sé un arco di trasformazione che avrebbe potuto dare molto di più. Per questo, a distanza di tempo, la sua cancellazione continua a fare male agli spettatori: non solo per ciò che la serie è stata, ma soprattutto per ciò che avrebbe potuto diventare.

Leggi anche: Questa nuova serie di Prime Video nasconde un legame con la saga di James Bond

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