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Pirlo lancia l’allarme: la leggenda della Serie A dice che “non è cambiato nulla”

Poche voci nella storia del calcio italiano portano l’autorità specifica di un uomo che ha vinto tutto – lo scudetto, la Champions League, la Coppa del Mondo – e poi ha visto il sistema che lo aveva prodotto lentamente svuotarsi.

Quando quell’uomo parla di fallimento strutturale, non è pessimismo. È la diagnosi.

Seduto con Gazzetta dello Sport nei giorni precedenti la finale di Champions League tra PSG e Arsenal – una sfida alla quale non partecipava nessun club italiano – Andrea Pirlo ha emesso un verdetto sullo stato del calcio italiano tanto misurato quanto devastante.

Il gioco ha lasciato l’Italia indietro, ha detto. E nessuno ha fatto abbastanza al riguardo.

Un verdetto schiacciante: “Niente è cambiato”

Alla domanda su cosa manca ai club italiani per tornare ai vertici del calcio europeo, Pirlo non è ricorso a comode banalità. Ha raggiunto la verità.

“Un po’ di tutto, compresa la mentalità di fare un calcio diverso. Se guardi le squadre che arrivano in finale, giocano sempre un calcio offensivo. Ovviamente possono fare anche investimenti che non possiamo permetterci. Una volta i migliori giocatori venivano in Italia, ora vanno altrove. Questa è la differenza”.

Il divario negli investimenti non è un’astrazione. La Football Money League 2024 di Deloitte ha posizionato la Juventus all’undicesimo posto, l’Inter al quattordicesimo e il Milan al sedicesimo posto nei ricavi globali dei club, senza che nessuna squadra italiana si avvicinasse alla potenza di fuoco finanziaria di Manchester City, Real Madrid o PSG.

Nel 2023-24, i club della Premier League hanno speso oltre 3 miliardi di euro in commissioni di trasferimento lorde. I club di Serie A messi insieme hanno speso meno di un terzo di quella cifra.

I migliori giocatori non arrivano più a Milanello o Vinovo per definire i loro anni migliori. Arrivano, di tanto in tanto, per calmarli.

“Dovremmo fare delle regole per incentivare i club a investire. Purtroppo siamo stati fuori dal Mondiale per tre volte di seguito e non è cambiato nulla”.

Quella clausola finale è quella che persiste. Non “poco è cambiato”. Non “il progresso è stato lento”. Niente.

Un avvertimento ignorato: Pirlo l’ha già visto

Pirlo non è la prima leggenda azzurra ad arrivare a questa conclusione, e la ripetizione stessa fa parte dell’accusa.

Roberto Baggio ha offerto la sua valutazione schiacciante del decadimento strutturale del calcio italianoindicando il collasso del flusso di talenti e la timidezza culturale che ha sostituito l’ambizione delle generazioni precedenti.

Arrigo Sacchi avverte da anni che il calcio italiano rimane intrappolato nel pragmatismo difensivo – giocare per non perdere piuttosto che per vincere – e che senza un cambiamento culturale verso il pressing, l’intensità e il calcio proattivo, il declino non potrà che accelerare.

Gli avvertimenti sono arrivati ​​da ogni angolo. Sono stati ascoltati e poi archiviati.

La carriera di Pirlo è la prova di ciò che il calcio italiano un tempo era capace di produrre: un centrocampista di così rara qualità tecnica e intellettuale da rimodellare la posizione a livello globale, sviluppato attraverso le accademie del Brescia e poi perfezionato ai massimi livelli con Milan e Juventus.

Il sistema che lo ha creato non è il sistema che esiste oggi.

La campagna italiana del Campionato Europeo Under 21 del 2023 si è conclusa nella fase a gironi, estendendo un modello di scarso rendimento a livello giovanile che parla direttamente della mancanza di minuti concessi ai giocatori nostrani nelle squadre della prima squadra di Serie A.

I problemi strutturali individuati da Pirlo sono stati esaminati anche dall’esterno – Gli ex campioni d’Europa che hanno giocato nella Serie A al suo apice sottolineano costantemente gli stessi fallimenti: il gap finanziario, il conservatorismo tattico, l’assenza di una visione istituzionale a lungo termine.

La diagnosi non cambia mai perché la condizione non cambia mai.

Una generazione perduta: il silenzio dell’Italia ai Mondiali

Per Pirlo l’astrazione del declino strutturale diventa personale quando il discorso si sposta sulla Nazionale.

Tre assenze consecutive alla Coppa del Mondo – 2018, 2022 e ora lo spettro del 2026 – rappresentano qualcosa che colpisce più profondamente del fallimento sportivo.

È una rottura nel tessuto della vita culturale italiana.

“Mi dispiace che l’Italia non si sia qualificata al Mondiale per tre volte consecutive. I miei figli adorerebbero guardare l’Italia, e lo farebbe anche a me. Il Mondiale è un momento in cui tutti restano uniti… Purtroppo perdere tre qualificazioni è triste per tutti”.

Euro 2020 – vinto a Wembley contro l’Inghilterra ai rigori con Roberto Mancini – ha offerto l’illusione della rinascita.

Ciò che seguì confermò che si trattava di un’interruzione, non di una rinascita.

I problemi sistemici che hanno prodotto il disastro dei playoff del 2018 contro la Svezia non sono mai stati affrontati veramente.

Il quadro più ampio del declino competitivo della Serie A non fa che rafforzare la portata della sfida affrontare il calcio italiano a tutti i livelli.

Alla domanda su dove sceglierebbe di giocare se fosse ancora professionista oggi, Pirlo non ha esitato. “In questo momento, con l’Italia non più tra i massimi campionati, giocherei sicuramente in Premier League”.

Vincitore della Coppa del Mondo, due volte campione europeo a livello di club, centrocampista simbolo della sua generazione, il suo verdetto ponderato è che la Serie A non è più la destinazione che un giocatore del suo calibro sceglierebbe.

Qualcuno ascolterà questa volta?

La finale di Champions League guardata da Pirlo da fuori vedeva protagonisti PSG e Arsenal, club sostenuti da una ricchezza sovrana e da un ecosistema di Premier League che supera la Serie A con un margine che aumenta ad ogni finestra di mercato.

L’Inter raggiunse quella finale, un vero traguardo, ma rimane l’ultimo club italiano ad averla vinta – nel 2010, quindici anni fa e oltre.

Pirlo ha detto quello che ha detto Baggio, quello che ha detto Sacchi, quello che ha detto una generazione delle più grandi menti del calcio italiano.

La FIGC ha attraversato la leadership. La Lega ha discusso di diritti tv e riforma degli stadi. I calendari sono cambiati.

E come ha detto lo stesso Pirlo, con la tranquilla autorità di chi si è guadagnato il diritto di dirlo chiaramente: nulla è cambiato.

La questione non è se il calcio italiano capisce il problema. Ha sempre capito il problema. La domanda è se avrà finalmente il coraggio di risolverlo.

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