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Quasi trent’anni fa questo film aveva predetto il nostro futuro in maniera sconcertante

Uscito nel 1996, L’esercito delle 12 scimmie di Terry Gilliam è uno di quei film che, rivisti oggi, fanno quasi paura per quanto sembrano parlare direttamente del nostro presente. All’epoca appariva come un cupo esercizio di fantascienza distopica, un racconto sul viaggio nel tempo e sulla follia umana. Oggi, a distanza di quasi trent’anni, è impossibile non coglierne la portata profetica.

Una pandemia globale, città svuotate, un’umanità costretta a rifugiarsi sottoterra, la diffusione incontrollata della paura e della disinformazione: nel 1996 nessuno avrebbe potuto immaginare quanto questi elementi sarebbero diventati parte integrante dell’esperienza collettiva del XXI secolo. Eppure Gilliam li mette in scena con un anticipo che, col senno di poi, risulta sconcertante.

Il film si apre in un futuro post-apocalittico in cui un virus ha sterminato la maggior parte della popolazione mondiale. I sopravvissuti vivono sottoterra, mentre la superficie è tornata dominio degli animali. In questo scenario disperato, un detenuto, James Coleinterpretato da Bruce Willisviene scelto per una missione quasi suicida: tornare indietro nel tempo per raccogliere informazioni sull’origine del contagionella speranza di fermarlo o almeno comprenderlo.

Il viaggio nel tempo, però, non è mai lineare né rassicurante. Cole arriva nel passato nel momento sbagliato, viene scambiato per un folle e rinchiuso in un ospedale psichiatricodove incontra la dottoressa Kathryn Railly e il disturbante Jeffrey Goines. Da qui, il film scivola progressivamente in un labirinto narrativo in cui passato, presente e futuro sembrano confondersi, proprio come la sanità mentale del suo protagonista.

Uno degli aspetti che lo rendono L’esercito delle 12 scimmie così attuale è la sua riflessione sulla percezione della verità. Cole sa cosa accadrà, ma nessuno gli crede. È il paradosso della “Cassandra moderna”: conoscere il futuro senza poterlo cambiare. Un tema che oggi risuona in modo inquietante in un mondo sommerso da informazioni, complotti, fake news e sfiducia nelle istituzioni. Gilliam sembra suggerire che la linea tra follia e lucidità sia spesso tracciata dal poterenon dai fatti.

La confusione narrativa del film non è un difetto, ma una scelta precisa. Gilliam costruisce un racconto volutamente instabilepieno di contraddizioni, buchi logici e ripetizioni, come se lo spettatore fosse chiamato a condividere lo smarrimento dei personaggi. In questo universo, nessuno possiede davvero tutte le rispostee nemmeno la scienza appare come una guida morale incontestabile. I ricercatori del futuro, freddi e distaccati, non sono meno inquietanti dei fanatici del passato.

Visivamente, il film amplifica questa sensazione di disagio. Le inquadrature sghembe, i movimenti di macchina nervosi, gli ambienti claustrofobici e decadenti rendono passato e futuro sorprendentemente simili. Cambiano i colori, i costumi, la tecnologia, ma l’umanità resta intrappolata nelle stesse dinamiche di controllo, violenza e paura. È come se Gilliam suggerisse che iol progresso non ci abbia davvero salvatima solo dato nuovi strumenti per ripetere gli stessi errori.

A rendere il tutto ancora più potente contribuisce un cast straordinario. Bruce Willis offre una delle interpretazioni più vulnerabili e meno eroiche della sua carriera, lontanissima dall’action star invincibile degli anni Novanta. Madeleine Stowe accompagna il suo personaggio in una trasformazione sottile e inquietante, da osservatrice razionale a complice di una verità scomoda. Maè Brad Pittnei panni di Jeffrey Goines, a lasciare il segno: caotico, imprevedibile, disturbante, incarna perfettamente l’ambiguità del film, oscillando continuamente tra genio, follia e provocazione.

L’esercito delle 12 scimmie è un film che parla di inevitabilitàdi cicli che si ripetonodi un’umanità incapace di imparare davvero dal proprio passato. In un’epoca segnata da crisi sanitaria, instabilità politica e crescente sfiducia collettiva, il suo pessimismo appare meno fantascientifico e più tragicamente realistico.

Forse è proprio questo il motivo per cui, a quasi trent’anni di distanza, il film di Terry Gilliam continua a colpire così nel profondo: non perché abbia previsto il futuro nei dettagli, ma perché aveva già compreso qualcosa di essenziale sulla nostra fragilità. E su quanto sottile sia il confine tra il tentativo di salvare il mondo e la consapevolezza di non poterlo davvero cambiare.

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Fonte: CBR

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