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Repubblica delle idee 2026, la diretta. Gabrielli: “Salvini al Viminale? Degrado nel rispetto delle istituzioni”. Oggi anche Schlein, Prodi e Augias

La politica, con Occhetto, Schlein e Prodi. Il futuro della gen Z, con Matteo Lancini e Michela Marzano. Le firme di Repubblica, Ezio Mauro, Augias, Giannini e Caracciolo. E il cinema, con Bellocchio. Poi il gran finale in piazza Maggiore con Malika Ayane.

Simonetta Fiori: “Le donne con Scalfari entrarono in settori in cui erano bandite”

Il racconto di Simonetta Fiori: “Repubblica apre negli anni Settanta dopo una stagione di riforme. Scalfari voleva dar voce a questa Italia in movimento che poteva essere raccontata solo dalle donne. E cosa fa Scalfari? Intanto assume le giornaliste in controtendenza rispetto agli altri quotidiani. Non solo: le donne entrano nei settori dai quali erano bandite. Mafai alla politica, Spinelli all’economia, Audisio allo sport, per fare alcuni esempi. Donne che si muovevano però in un mondo di uomini”. Non senza conseguenze: “Una volta Emanuela Audisio viene fermata prima di una partita di boxe dalla polizia che non credeva che la sua tessera giornalistica fosse vera. Un’altra fu bendata per raggiungere la sala stampa di una competizione di atletica per non vedere uomini mezzi nudi, con solo un asciugamano in vita”.

La straordinaria storia delle donne di Repubblica

Che donne le donne di Repubblica. Sul palco dell’Arena del Sole Maria Novella De Luca e Simonetta Fiori con Clotilde Veltri ricostruiscono una straordinaria storia giornalistica: tra le altre Miriam Mafai, Rosellina Balbi, Anna Maria Mori, Irene Bignardi, Natalia Aspesi. Giornaliste che hanno allargato lo sguardo del giornale e hanno contribuito alla democrazia del Paese.

Abolizione del reato di femminicidio, Bonini: “Vannacci continuerà a regalarci altre iperboli”

Bonini commenta alcune delle ultime uscite del generale Vannacci, per esempio la cancellazione del reato di femminicidio. “Vannacci continuerà a regalarcene altre di queste iperboli – dice Bonini – spesso a me sembra che non ci creda nemmeno lui, ho impressione che si sorprenda perché la dice troppo grossa. Siamo di fronte di nuovo alla riproposizione più cialtrona e fracassona di un modello che è quella roba lì, perché quattro anni fa l’agenda della destra di questo parlava, poi sono arrivati al governo e si sono accorti che non era possibile schierare le cannoniere nel Mediterraneo per affondare dei pescherecci malmessi. Il blocco navale – aggiunge – si è trasformato in qualcosa di orribile dal punto di vista umano: hanno reso il mare un luogo dove si muore senza testimoni”.

Gabrielli: “Remigrazione? Non so dove vada a parare. Click day favorisce il caporalato”

Gabrielli continua smontando alcuni temi spesso sostenuti dalla destra. “Spesso non si capisce dove le proposte di remigrazione vogliano andare a parare – spiega – serve una legalità che abiliti e non che ostacoli. Nel nostro Paese permane un retropensiero per cui gli stranieri ci servono, purché non creino problemi. Il sistema del click day favorisce il caporalato o comunque una gestione criminale dei flussi migratori. L’integrazione non deve essere considerata un atto di generosità, ma un investimento strategico. Bisogna investire nella scuola, nel lavoro e nell’insegnamento della lingua italiana”. C’è poi un terzo punto, quello “del controllo intelligente – aggiunge – un controllo che deve accompagnare la coesione sociale e non contribuire a creare ulteriori divisioni”.

Bonini: “Salvini è disperato. Ora la sinistra deve riappropriarsi del tema della sicurezza”

Secondo il vicedirettore di Repubblica, Carlo Bonini, questa pretesa della Lega è “l’auto-certificazione di fallimento sulle politiche della sicurezza e l’ennesimo indizio di disperazione politica di Salvini e la sua leadership. Per il centrosinistra è il momento per riappropriarsi del tema della sicurezza, perché uno dei più grandi errori commessi è stato quello di cedere il terreno alla propaganda della destra. Perché la sicurezza è un diritto dei più deboli – aggiunge – i più forti non ne hanno bisogno, perché se la comprano se necessario. Sono i più deboli che devono sentirsi sicuri, che hanno bisogno di essere messi nelle condizioni di esercitare i propri diritti in modo libero”. Secondo Bonini, l’approccio della destra ” è quello di piegare l’avversario in piazza, in cui lo Stato deve dimostrare la propria forza. Mentre la vera forza di uno Stato è la forza tranquilla. E non si tratta di essere buonisti, questa è una rappresentazione grottesca che è diventata senso comune perché questo tema non è stato occupato dalla sinistra”.

Gabrielli: “Lega vuole Salvini al Viminale? Significa non rispettare le istituzioni”

Carlo Bonini e Franco Gabrielli parlano di “Sicurezza democratica”, moderati da Conchita Sannino. Sono gli autori di Contro la paura: manifesto per una sicurezza democratica e partono dal tema di attualità di questi giorni, la richiesta della Lega di riportare Matteo Salvini al ministero dell’Interno. “A me – dice Gabrielli, ex capo della Polizia e sottosegretario alla Sicurezza – non è mai capitato in 40 anni che si metta discussione un ministro importante come quello dell’Interno da parte della stessa maggioranza e dalla stessa formazione politica che l’ha proposta. Credo sia una forma di degrado del rispetto verso le istituzioni. Ma poi – aggiunge – c’è anche una questione di sostanza, perché è la certificazione che in questi quattro anni sono stati infruttuosi sulla sicurezza”.

Sabbadini: “Questione di genere fondamentale nell’occupazione”

“C’è un dato eclatante – spiega Sabbadini – non abbiamo raggiunto l’obiettivo del 60 per cento di occupazione e in più quando abbiamo ideato le strategie per spendere quei soldi le questioni di genere sono state messe da parte, e parlo anche del governo Draghi. La soluzione fu di mettere una clausola: le assunzioni fatte attraverso i fondi del Pnnr dovevano essere al 30 per cento al femminile. Ma si aggiunse “dove possibile”. In realtà l’applicazione è stata bassissima. Non è stata fatta una politica che centrasse la questione di genere anche se questa è dirimente se si vuole fare un salto di qualità”.

Sviluppo, parità di genere e inclusione sociale tra Italia e Ue

Il dibattito all’Arena del Sole prosegue con l’incontro “Italia e Europa: le sfide per lo sviluppo, la parità di genere, l’inclusione sociale” che vede sul palco il giornalista Andrea Bonanni dialogare con Linda Laura Sabbadini, moderati da Luca Iezzi. “Perché non siamo riusciti a creare sviluppo?”, chiede il giornalista a Bonanni. “L’Europa ci ha dato 200 miliardi di finanziamenti, per superare la stagnazione economica dovuta al Covid, ma le riforme non sono state fatte, i soldi sono stati spesi male. L’impegno era di riformare il mercato e il sistema giudiziario, anche per migliorare la giustizia sociale e la parità di genere, ma non c’è stata una riforma in senso funzionale”. “Bisogna garantire che ci sia sempre più convergenza anche del punto di vista sociale – aggiunge Sabbadini – Analizzando però l’occupazione femminile vediamo che negli altri Paesi Europei c’è stato un aumento mentre in Italia no. Lo stesso se si parla di inclusione sociale: gli indicatori dicono che in Europa ci sono più di 92 milioni di persone che sono esclusi specialmente e ci sono 19 milioni di minori in povertà. Se non ci fosse stato il reddito di cittadinanza l’Istat ha calcolato che ci sarebbero stati un milione di poveri assoluti in più. Invece quanto Governo ha limitato fortemente gli aiuti verso questo stato di popolazione in povertà. Oggi ci sono 1 milione 300milaminori in povertà. Mancano le strategie per risolvere il problema”.

Bellocchio e il film su Marchionne: “Non so se si concretizzerà ma c’è un grande interesse”

Ora Bellocchio sta lavorando a un progetto su Sergio Marchionne. “Non so se diventerà un film, ma c’è grande interesse intorno. Me lo hanno proposto, in realtà. Cosa c’entro io con Marchionne? Ma proprio l’assoluta estraneità rappresenta per me una sfida. Mi ha ricordato Enrico Mattei. Marchionne non ha avuto paura di scontrarsi con i giganti americani. Va negli Usa e riesce a vincere, in una dimensione complessa. Aveva una dimensione calvinista, era contro l’assistenzialismo, voleva che la Fiat rinascesse da sola. Dunque mi attrae questo movimento, questo non arrendersi. È un personaggio con una sua grandiosità”. Ultimissima battuta dedicata all’intelligenza artificiale. “Ho iniziato con la pellicola, ma mi hanno mostrato le potenzialità dell’IA, quindi il punto è usare questa tecnica per realizzare immagini originali. Questo vale sempre, anche alla mia età”.

Bellocchio: “Tortora si trovò in una dimensione di ingiustizia che si trasformò in rancore”

Scorrono sullo schermo le immagini della serie “Portobello”, in cui ha ripercorso la vicenda di Enzo Tortora interpretato da Fabrizio Gifuni. “Ci sono film o serie che partono da lontano, non da me – spiega Bellocchio – c’è un lavoro di studio, lentamente arrivi a una progressiva personalizzazione. In Portobello parto dallo stupore di Tortora, che è innocente e si ritrova in una dimensione di ingiustizia che si trasforma in rancore. In quell’inchiesta sulla Camorra, che aveva 800 imputati, lui era il più prezioso, e lo tennero anche per quello. Ma questo aumentò la sua ferocia e la sua resistenza che poi lo ha portato alla morte. Da amico di 28milioni di italiani, anche dopo l’assoluzione, non potrà tornare a farlo più”.

Bellocchio: “De Gregori? È stato tirato per la giacca”

Finos chiede a Bellocchio cosa pensa della vicenda degli intellettuali che prendono posizione, citando i casi diversi di Springsteen e De Gregori. “De Gregori è stato tirato per la giacca”, osserva il regista. “È chiaro che Trump mi faccia orrore, come penso a tutti voi, ma per il tempo che non è lungo che ho davanti mi interessa di fare al meglio quello che sento di fare. Facendo questo implicitamente si prende posizione. Poi in piazza si può andare, firmare, sottoscrivere…”.

RepIdee26 – Bellocchio: “De Gregori tirato per la giacca. Schierarsi? Chiaro che Trump mi fa orrore”



Gli aneddoti del maestro Bellocchio

Bellocchio: “Il mio esordio magico e intergenerazionale”

Si comincia da I pugni in tasca. “È un film che ha 61 anni – dice Bellocchio – realizzato con l’impeto della giovinezza. Evidentemente ha qualcosa di magico, ha qualcosa di profondo che va oltre le generazioni. E tanti giovani ancora restano colpiti di quello che accade e questo è molto interessante”. È una storia quasi autobiografica. “L’abbiamo girato a casa di mia madre, che era viva e vegeta, ma da parte della mia famiglia c’è stata una rimozione totale. Parlava di noi anche se non era stato ucciso nessuno. Ma la disperazione, la rabbia, la nostra cultura facevano parte del film. Hanno realizzato molto più tardi”.

Bellocchio ripercorre 60 anni di cinema

Sessant’anni di cinema condensati in un’ora. Marco Bellocchio, maestro della cinematografia italiana, ripercorre con Arianna Finos una carriera strepitosa che va da I pugni in tasca del 1965 alla serie Portobello. Standing ovation dalla platea.

Galli: “Patria è un’identità che passa sopra le diferrenza”

Prende il via nella sala Salomon dell’Arena il dibattito tra il politologo Carlo Galli e Stefano Folli intervistati dal caporedattore Giancarlo Mola. La prima domanda è per Galli, ed è sulle parole patria e nazione che compaiono nella costituzione ma poi, dice Mola, ce le siamo un po’ perse. “Sono state talmente abusate nel fascismo che sono state un po’ messe da parte anche se in realtà fanno parte non solo del lessico repubblicano ma anche del lessico rivoluzionario. Nella Francia rivoluzionaria la nazione è opposta al regno. Sono identità politiche collettive autosufficienti, che non dipendono da altri se non da se stessi, insieme di uguali affratellati”
“Patria – prosegue Galli – è un’identità che passa sopra le differenze questo non vuol dire totalitarismo né unanimità. Un momento in cui c’è stata è stata sicuramente la prima guerra mondiale, poi l’assemblea costituente, quando popolo italiano si è manifestato come titolare del potere costituente, quando il popolo italiano è stato al tempo stesso uno è diviso, diviso perché ha votato in maniera diverso ma uno perché hanno votato tutti, la patria c’è stata anche quando è stato messo un muro al terrorismo”. La domanda semmai, ragiona il politologo è: “Ha ancora senso parlare oggi di patria, quando tutto è dominato da forze transnazionali?”.

“Rossobruni la democrazia sotto attacco”

Altan: “In carcere vedevo che Repubblica parlava della mia storia e mi sento fortissimo”

Nel 2016 Altan venne arrestato con il fratello. E Pamuk scrisse a La Repubblica sull’atto di coraggio di Altan, che aveva parlato liberamente. Oggi come descrive Altan la Turchia, il suo paese? Lo scrittore ride. E poi dice: “Grazie a Repubblica. Mentre ero in carcere mi ha sostenuto moltissimo. Per capire l’importanza di questo dovreste essere in un carcere. Sapere che c’è qualcuno che ti sostiene ti aiuta. Il mio avvocato mi faceva vedere il giornale, e io mi sentivo fortissimo”. E poi: “Ancora oggi in Turchia ci sono migliaia di persone in carcere senza una giusta motivazione”. E chiude: “Oggi sono qui, vi parlo, e quando uscirò mi berrò qualcosa. Ma sento e sentirò un grandissimo rimorso. Perché io posso fare tutte queste cose, loro no: sono chiuse in prigione, senza colpe. Io sono condannato perché ho questo fardello. Dobbiamo ridefinire le nostre identità: non siamo turchi, italiani o francesi. Noi siamo democratici”.

Altan: “La letteratura aiuta gli uomini a non essere schiavi del tempo”

“Gli esseri umani sono schiavi del tempo. Quello che rende la letteratura vera letteratura, non è quello che racconta ma come lo fa. Certamente la letteratura ci dà conoscenze sul passato e anche sul futuro. Il tempo è la cosa più difficile per noi esseri umani perché la fine ci fa vivere nel disagio. Ma c’è qualcosa che può contrastare il concetto del tempo: la letteratura. Posso parlare del passato, tornare indietro e portare al presente le ricchezze di quel passato. Oppure parlare di cosa succederà. La letteratura usa il tempo, lo rende flessibile”.

Altan: “A Gaza è genocidio”

Gaza, cosa pensa? “Sì, è un genocidio. Quando i bambini vengono uccisi non c’è tanto da dire. Possiamo solo opporci”. Poi: “Il mondo attraversa un periodo di passaggio, transitorio. E quando si passa da un’era all’altra il fascismo alza la testa. Io credo che sul nostro pianeta: italiani, francesi, turchi, ebrei, non siamo più suddivisi in questo modo. Non c’è più una differenziazione di confini. Ogni comunità è polarizzata: coloro che vogliono la democrazia e quelli che sostengono il fascismo. Non è colpa di Israele, sarebbe dare anche la colpa ai democratici. Bisogna dire: è colpa di quella gestione fascista al potere. E la stessa cosa vale per Russia e Ucraina. In Russia non tutti sostengono Putin. Magari non riescono a parlare”.

Ahmet Altan: “Raccontare la vita di una persona fa capire la tragedia di tutti”

Parte anche l’incontro “Scrivere per resistere”, con Ahmet Altan, scrittore e giornalista turco, intervistato da Fabio Tonacci. La sala Salmon all’Arena del Sole è piena. Si parte subito con una domanda sull’ultimo romanzo “Ti cerco, amata”. Visto l’interesse storico per il 1915, perché un romanzo invece di un saggio storico? Altan: “Io penso che uno stato quando inizia a uccidere i propri cittadini è come se si suicidasse. Il suicidio dell’impero è davvero un episodio tragico. E mentre succede ci sono un milione di armeni, donne, uomini, bambini, anziani, queste persone sono state uccise mentre stavano camminando. Non è qualcosa che interessa solo i turchi o gli armeni. È una colpa, un reato per tutta l’umanità. Quello che sto dicendo riguarda la storia. Ma c’è una frontiera che separa la storia dalla letterutura. Voi dimenticherete quello che vi sto dicendo fra non molto. Perché quando si dice che un milione di pesone sono state uccise, è qualcosa che si rivolge a voi, ma le emozioni, la coscienza non è intaccata veramente. La letteratura è diversa. Ho voluto raccontare la storia di una persona. E voi, insieme a quella persona, potete rivivere quella sofferenza, assistere a quella vita, seguirla, e diventate dei testimoni di quello che è successo. Quella vita di una persona, vi porta a capire e sentire dentro di voi la tragedia di tutti gli altri”.

Marzano: “I ragazzi usano l’IA perché noi adulti non sappiamo stare nelle emozioni disturbanti”

A Lancini si chiede cosa pensa della scuola. “Su 800.000 insegnanti, 400mila volevano fare un altro mestiere. Invece è il piú grande luogo dove si fa prevenzione. Un ragazzo di 17 anni che punta la pistola contro il proprio insegnante attacca il proprio il suo progetto di futuro. È un gesto di disperazione”. Si parla poi di IA e Marzano afferma: “Bisogna tornare indietro per costruire la scuola delle relazioni, non la scuola delle nozioni”. Lancini: “Non abbiamo la capacità di stare nelle emozioni disturbanti e dolorose per molti motivi e i ragazzi le cercano su Internet”.

Lancini: “La violenza dei più giovani viene dal vuoto identitario”

Nel libro Chiamami adulto” Lancini spiega che come uno chef bisogna conoscere la materia. “Oggi cerchiamo qualcosa che plachi la nostra fragilità, gli adulti cercano formule per sentirsi adeguati. Quella dei più giovani è una generazione che non ha mai potuto esprimere le emozioni costitutive dell’essere umano, dette paura, tristezza e rabbia. Hanno un vuoto identitario che diventa disperazione e violenza, lo leggiamo sui giornali con gli accoltellamenti che avvengono proprio tra i più piccoli”.

Michela Marzano: “Il problema degli adolescenti è la mancanza di credibilità degli adulti”

“Sono anni che lavoro con gli adolescenti, il lavoro vero con loro non si fa in radio o sui social ma sul campo, dove c’è il dolore e la solitudine. C’è chi per loro ha coniato il termine “Generazione Ansia”, ma non basta una nuova espressione per spiegare tutto”. Poi prosegue: “Non sono loro a essere fragili, sono il nostro sintomo di adulti incapaci di restare in contatto con le proprie fragilità e le proprie angosce. Il secondo problema è la mancanza di credibilità di noi adulti”.

“Non chiamateli fragili: ascoltare la generazione Z”

I giovani sono al centro del dibattito “Non chiamateli fragili: ascoltare la generazione Z” con lo psicologo Matteo Lancini, che ha dedicato molti saggi alle problematiche giovanili, e Michela Marzano, filosofa che di recente ha pubblicato il saggio “Qualcosa che brilla” in cui analizza i disagi degli adolescenti. Li modera la giornalista Ilaria Venturi.

Siti: “Il testo ha perso centralità rispetto all’autore”

Siti: “La letteratura da 60-70 anni sta perdendo i pezzi. Prima dicevi letteratura e la gente sapeva di cosa stavi parlando. C’era la metrica, c’era la lingua, c’erano le licenze poetiche. Pian piano la lingua in Italia ha perso peso: si scrive come si mangia, male. Il testo ha perso centralità rispetto all’autore. Molto spesso quando escono i romanzi, i giornali preferiscono intervistare l’autore piuttosto che leggere il libro e dire cosa ne pensano. La letteratura si dà degli scopi che non sono suoi: oggi si dice che debba fare del bene. Non c’è nessuno che ti spieghi come è fatto il libro. Un po’ come X Factor: il romanzo mi è arrivato o non mi è arrivato?”.

Occhetto e i suoi 90 anni: “Tengo vivo il pensiero, in questo mi aiuta mia moglie”

Come ci si mantiene così lucidi a 90 anni? “Tenendo vivo il pensiero e in questo mi aiuta mia moglie. Poi io sono dei pesci e sono un pesce. Quando posso mi faccio una nuotata di un’ora e mezza in mare”.

Occhetto: “Libertà e uguaglianza devono andare insieme”

“Uguaglianza e libertà sono stati separati ed è caduta l’Unione sovietica. Ma rischia di accadere anche in Occidente. Libertà e uguaglianza devono andare insieme e c’è solo un modo: ridistribuzione della ricchezza. Così si rifonda la democrazia”. Applausi. Quindi “patrimoniale si o no?” Chiede Merlo. “Le tasse si pagano progressive sui redditi. Chi più ha più paga, è il principio della Costituzione non di Stalin che i patrimoni li abolì”. Poi continua: “Il campo largo dovrebbe rieducare sui principi della Costituzione italiana non discutere di queste cose. Spero che Schlein abbia la possibilità di portare a termine il compito che ha iniziato: ha portato il Pd dal 17 al 22%. È attaccata da tutte le parti, non vorrei essere al suo posto”.

Walter Siti: “Il mio nuovo romanzo sarà una specie di giallo”

Primo appuntamento nella sala Salmon del Teatro del sole. Walter Siti presenta in anteprima assoluta a Repubblica delle Idee il nuovo libro “Il romanzo sotto accusa” (Rizzoli) con Marco Romani. Una raccolta di saggi. Ma lo scrittore rivela anche di aver finito un nuovo romanzo, “una specie di giallo” che uscirà per Feltrinelli con un “detective” molto particolare.

Occhetto: “Le critiche per la giacca marrone? Se avessimo vinto sarebbe andata benissimo”

Merlo gli ricorda che nel dibattito televisivo con Berlusconi, gli venne criticata la giacca marrone. “Se avessimo vinto le elezioni, la giacca marrone sarebbe andata benissimo – risponde Occhetto – è lì che inizia il populismo. Siamo passati dal discorso all’immagine, alla postura, Questa è la rivoluzione di Berlusconi, non più politica come scontro tra partito e programmi, ma tra immagine e postura, tra i leader. Occhietto accusa poi i giornalisti italiani di essere stati quasi tutti dalla parte di Berlusconi. Merlo gli ricorda che siamo a Repubblica. “Non dico Repubblica di cui sono un lettore. Dopo l’Unita sono passato a Repubblica”.

Occhetto: “Schlein ha riconosciuto che senza la Bolognina non ci sarebbero stati né Ulivo né Pd, Prodi ancora no”

“Per il mio compleanno, a marzo – dice subito Occhetto – il Pd ha fatto una cosa che non aveva mai fatto: la Schlein ha riconosciuto che senza la svolta della Bolognina non ci sarebbe stato né Ulivo e né Pd, Prodi deve ancora riconoscerlo. Tutto questo nasce da quell’atto in cui abbiamo capito rivisto il sistema politico italiano, non sarebbe stato possibile altrimenti”. Poi spiega come nacque la svolta: “Andai a Bruxelles su mandato del gruppo dirigente: dico che vogliamo entrare nell’Internazionale socialista, riconoscono che siamo socialisti democratici, ma ci chiedono di cambiare nome. “È molto difficile” affermo io”: in quel momento il capo della socialdemocrazia mi mostra che stavano picconando il muro. Ma noi lo avevamo già in mente. Dopo Tiennanmen. Mi hanno accusato di aver messo fine al comunismo, ma con il comunismo ha chiuso Stalin, che ha fatto accordo con Hitler per spartirsi la Polonia. Con la svolta ho salvato l’onore dei comunisti italiani”.

Achille Occhetto intervistato da Francesco Merlo

Achille Occhetto, 90 anni, ripercorre “La storia della sinistra italiana” con Francesco Merlo inaugurando in sala De Berardinis l’ultima giornata di RepIdee, soldout per ascoltare l’ultimo segretario del Partito comunista italiano, artefice della svolta della Bolognina, che portò alla nascita del Pds.

La rassegna stampa con Luca Bottura e Laura Pertici

Appuntamento alla libreria Coop Ambasciatori di Bologna per la rassegna stampa di domenica 14 giugno. Libreria pienissima, pubblico seduto anche sulle scale

“Rossobruni, la democrazia sotto attacco”

Alle 21,30 in piazza Maggiore Elly Schlein intervistata dal direttore Mario Orfeo

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